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SGAMELA’A D’VIGEZZ ( di Paolo Zucca) |
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“Un po’più vicino, no?!?” è la solita giustificazione dei miei colleghi di fatica quando propongo trasferte oltre i 200km, forse più timorosi di confrontarsi con altri, lontano dall’orticello di casa, che per la certa levataccia a raggiungere i luoghi di gara.
Son già diversi anni che l’ultima domenica di agosto mi reco a Santa Maria Maggiore, paesino poco distante da Domodossola e dalla Svizzera (luoghi che peraltro conosco bene per aver prestato breve attività lavorativa giovanile) per partecipare alla storica Sgamelàa d’Vigezz.
Per me è una sorta di giro di boa, il passaggio dalle brevi e divertenti “corsette” estive al progressivo incremento di km in proiezione delle mezze e maratone autunnali. Correre per oltre 26km sottoritmo e senza obiettivo di classifica, solo per stare sulle gambe, in compagnia di altri appassionati lo considero utile e distensivo. Quest’anno son riuscito a convincere almeno il mio socio di trasferte estere Marco a seguirmi e così il viaggio passa prima.
La Sgamelà a d’Vigezz con le sue 39 edizioni, insieme alla Milano-Proserpio (futura Stramilano) è una delle più antiche e storiche corse popolari italiane.
Santa Maria Maggiore, il paese degli spazzacamini, il fulcro della Val Vigezzo, dello sci di fondo e della valle dei pittori è però sempre stata pronta a ricevere podisti e fondisti in cerca di tranquillità.
Quest’anno eravamo circa in 800, un po’ meno rispetto il passato, ma la bellezza della gara, della partecipazione è rimasto intatto a iniziare dal pettorale-grembiule che dobbiam indossare.
Sono 26,580 km per la precisione, come affermano orgogliosamente i valligiani, tutti segnati dalle frecce in legno e dalle impronte gialle sui tratti in asfalto, duri da affrontare, se non preparati, ma spettacolari e affascinanti da vivere in scenari incomparabili, in un continuo mangia e bevi e alternarsi di asfalto, sanpietrini, mulattiere, alpeggi, pietraie, ciotolati e piccoli guadi di torrenti.
Lo start è dato puntuale col classico colpo di pistola dopo l’esibizione della banda locale che con suonatori vestiti con abiti folcloristici ci distrae prima della partenza.
Avverto Marco sulla lunghezza e difficoltà del percorso ma, l’aria fresca o il tifo della partenza lo portano ad un avvio forse un po’ troppo brillante e lo perdo subito di vista.
Tocchiamo praticamente tutti i 7 paesi della Val Vigezzo (Druogno, Toceno, Craveggia, Zornasco, Villette, Re, Malesco) e ogni volta è uno spettacolo perchè per un giorno la valle è in festa e tutti i valligiani son al nostro servizio: è quello che vorremmo vedere anche dalle nostre parti come spesso mi trovo a commentare durante i pasta party con gli amici. Forse quest’anno ho sentito ancora più tifo perché ho corso per lunghi tratti con la prima donna e quindi i complimenti erano inevitabili, ma, credete, per ognuno c’è una parola, un saluto, una frase.
Ho visto striscioni e sentito incitamenti ai lati delle strade persino dai venditori dei famosi mirtilli e frutti di bosco, applausi dai balconi pavesati con stendardi rossoblu della valle, fotografi che si piazzano nei punti più strani e gratis ti postano sui loro siti, bambini darti il 5 e fare la ola, una signora rincorrermi col bicchiere d’acqua quando ha visto che non ero riuscito a prenderlo al volo, campanacci montani, il parroco a sorriderci coi fedeli all’uscita della chiesa dopo messa, le salaci battute dei paesani che avvisano i podisti locali sul distacco dell’amico del paese vicino, volontari della protezione civile a presidiare incroci ma inutilmente, perché gli automobilisti erano civilmente fermi e spesso ci applaudivano, sanitari e infermieri prodigarsi con pomate e massaggi nei confronti di chi forse aveva preteso troppo.
Gesti essenziali e poche parole, montagnine, asciutte, dirette ma sentite, genuine perché in quella domenica tutta la valle si ferma per 6 ore ad accogliere i partecipanti, dai camosci ai tanti tapascioni, che baldanzosi alla partenza, fan poi soffrire e penare mogli e mamme trepidanti all’arrivo.
Con Marco ho corso molti tratti insieme: mi ha staccato in una discesa a scavezzacollo su mulattiera che ha esaltato le sue qualità acrobatiche, l’ho ripreso a poco più di un km dall’arrivo, in salita, in crisi forse per l’avvio un po’ troppo veloce o per la mancanza di conoscenza del percorso. L’arrivo, dopo i fatidici 26,580 km, è posto al culmine di un ponticello: lo speaker ti chiede il nome al microfono e la signora sorridente in costume locale ti mette la medaglia al collo consegnandoti la scheda col tuo tempo impiegato. Vengono premiati i primi 3 uomini e le prime 3 donne; il ristoro finale consiste in acqua, the caldo, gallette, limone e zollette di zucchero (proprio come le corse di una volta), le docce sono ghiacciate ma corroboranti. Stop: il fascino della Sgamelàa e delle sue 39 edizioni sta tutto qui.
Io termino in 2h09’, penso al 79^ posto, Marco è di poco dietro in 2h10’. Come tanti anni fa nelle vere gare le classifiche le vedremo tra qualche giorno, sperando nel sicuro lavoro amanuense dei giudici, ma alla fine chissenefrega della posizione!!
Come giusta ricompensa ci concediamo un pranzo tipico in un locale convenzionato con una gustosa polenta e tris di carni, camoscio,cervo, cinghiale e amabile rosso locale. Pensiamo ancora una volta che sarebbe stata un’esperienza da condividere con altri: riusciremo a convincerli per l’edizione dei 40 anni?
Dopo l’acquisto di formaggio locale e del tipico yogurt di mirtilli ce ne ritorniamo a casa con ancora nei polmoni la fresca aria di montagna e l’energia del sole che speriamo ci possa tornar utile.
Chi fosse interessato a commenti, impressioni, foto della gara ecc. può andare sui sitiwww.andocorri.blogspot.it e www.sgamela.it, noi ringraziamo l’amico Arturo di Podisti.net e Capasso sempre efficienti per le numerose foto sul percorso.
Nota finale: Marco ha concluso la giornata soffrendo davanti alla tv a vedere le gesta dei rossoneri a San Siro, io invece ho defaticato per i 6 km della simpatica “Strasuoda” di Basaluzzo, forse più per smaltire l’eccesso di polenta che i rimasugli di acido lattico delle gambe. Alla sera ero un po’ stanchino (come avrebbe detto Forrest Gump) ma del fieno (km) in cascina per l’inverno penso di averne messo e poi, con l’aria di montagna… il lungo ci guadagna!
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IL GIUDIZIO UNIVERSALE (Trail dei Gorrei 2012) :Racconto di GILBERTO COSTA |
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LEGGI IL BELLISSIMO RACCONTO POETICO CHE GILBERTO COSTA CI HA REGALATO!!! :
L’alba del giorno seguente distante una notte dall’epilogo del
“giudizio universale” il cielo si mostra beffardo, una granita di stelle. Il graffio della luna inferto a levante luccica brillante. Il Gorrei nel mentre riposa immenso.
TRAIL DEI GORREI 2012
“IL GIUDIZIO UNIVERSALE ”
Il trail dei Gorrei 2012 non era in cerca di bellezza estetica nella corsa dei suoi passeggeri, anime vaganti.
al gorrei interessava toccare il senso fatale della sorte umana, nell’umana sorte. Giudicare da padre, giusto, equo, non padrone.
Complice la fitta pioggerellina di giornata, i corpi degli atleti in gara assumevano nel volgere delle ore forme tozze e pesanti.
Da una parte i favoriti splendidi ed aurei, come foglie portate dal vento, volavano via da subito scappando verso l’alto
conquistavano faticosamente il cielo aggrappati alle nuvole, quasi fossero solide rocce, o con ambascia per chi sa quale incantesimo per magia eretti.
Con inquietudine e disperazione pari alle loro “colpe” i dannati invece venivano trascinati, spinti verso il basso da “creature malvagie” da loro stessi proiettate.
Nebbia, pioggia, fatica e dolore, giungendo addirittura ad animarle tratteggiandone i connotati, profili bestiali.
Pietre, vento ed alberi, erba, cespugli o pozzanghere prendevano vita come le tracce lasciate lungo il passaggio, orme abominevoli impresse a melma nel fango.
Esseri sfavillanti nei colori, bruciati da brevi raggi di sole sommersi negli abissi del cielo.
Senza effetto i dannati tentavano l’assalto al cielo, neanche fossero novelli giganti, ma il Gorrei, con forza, li respingeva così precipitavano duramente, privi d’appello verso sentieri rosseggianti rassegnazione e sangue.
Altri venivano ammassati in un angolo di dolore da “caronte” percossi dal remo della loro stessa condotta, annegando le loro anime nell’acqua
che il cielo gettava al suolo ove, la terra impermeabile respingendo catturava a se.
Il mitologico traghettatore delle anime agli inferi non era tuttavia disegnato come creatura nemica dalle anime inermi, piuttosto raffigurato idealmente quale esempio di costanza perenne, di un volgere eterno.
Il Gorrei frattanto con sguardo paterno e gioioso volgeva l’attenzione all’ascesa dei salvati verso il cielo, nel mentre da un’altra parte
schiacciati a terra i dannati seguivano attoniti il gesto imperioso e possente del Gorrei Gigante.
Salendo per l’ultima fatica in località Moretti non c’era gioia nei volti dei salvati, solo cupo terrore fra i dannati verso il quale si volgeva il giudice divino del Gorrei.
La corsa agonistica si ricomponeva al termine, l’ira del gigante di pietra era tremenda, tutti erano stati giudicati, il movimento vorticoso degli umani corpi si mescolava alle grida disperate, agli urli dei demoni, all’assordante suono delle trombe degli eletti che, com’è scritto sui sassi del Gorrei, annunciavano l’arrivo del suo eletto.
Fabrizio Roux.
“Nel mio infinito disperato vagabondare ho provato ad oppormi con tutte le forze ( … con quelle degli altri) allo strapotere dei miei limiti.
riparato sotto il mio elmo, aggrappato stretto alla barba,
correndo diversi chilometri dentro i passi di un piccolo grande uomo, Emanuele Zambarino, lui si un GIGANTE.
Ho persino calpestato i ciottoli dopo il suo passaggio, respirato l’ossigeno del suo cielo. Offerto la mia goffa forma nei passaggi contro vento, una sagoma riparo. Nulla del mio sacrificio è bastato.
Ho resistito senza risparmio fino ad esplodere deflagrato dal ritmo indemoniato del suo cuore, triturato fra i suoi passi e del Gorrei sassi”.
“Scritto liberamente da:
Indirizzo e-mail protetto dal bots spam , deve abilitare Javascript per vederlo
“
Buongiorno e complimenti a tutti Voi per aver saputo regalare
una giornata di sport sicuro, emozionante e divertente nonostante le pessime condizioni atmosferiche.
Sobri, cortesi e competenti ... grazie ancora.
Gilberto Costa
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TRAIL DEI GORREI 2012 : Racconto di Elisabetta Iurilli |
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ECCO IL RACCONTO DI ELISABETTA IURILLI (CITTA' DI GENOVA CHE RACCONTA IL SUO TRAIL DEI GORREI CORSO ASSIEME A GIOVANNI ODDONE (ACQUIRUNNERS) .. [ Grazie Betta! ]
Elisabetta Iurilli 15 aprile 2012
TRAIL DEI GORREI
“Betta, lo facciamo insieme il Trail del Gorrei?” “Magari …” e in quel magari c’era tutta me stessa. Con la mia vita complicata, le giornate troppo corte per fare tutto, figuriamoci per allenarmi per cotanta impresa. Però che tentazione … non me lo chiedeva una persona qualunque di correre con lui, me lo chiedeva Giovanni, il responsabile della mia vita podistica, senza di lui io non saprei niente di quello che si prova con un paio di scarpe di ginnastica ai piedi.
Come fare a dire di no?
Masone mi ha visto sveglia presto, correre nel buio a cercare le salite. Ho maledetto il mio fiato pesante, il passo goffo, i chili di troppo, l’urlo cieco dei polpacci che bruciano, il non riuscire a correre con una determinata pendenza. Ho cercato le discese ripide nello sterrato, ho tentato di vincere il timore di cadere, ho rovinato un paio di scarpe …
Poi è venuta la paura. Di chi soffre di vertigini ma ha voglia di volare. Dei burroni che mi bloccano le gambe, di un eventuale fango che non mi fa proseguire sul sentiero, di rompermi una caviglia, una gamba, di non riuscire ad arrivare.
Nelle mie ansie ero incoraggiata e consolata dai sogni di un amico, anche lui iscritto a questo trail, ma per il percorso lungo …
… immagino di cadere, ruzzolare
in un burrone ed il telefonino si rompe in mille pezzi. Beh, prendo il fischietto, nell'impatto però la pallina che c'è dentro salta fuori, ci metto una pietrolina
ma è pesante, provo ad urlare, non ho voce, allora recupero il "telo termico" quel foglio di "cuki" che mettono sulle spalle a fine maratona, ma una
folata di vento lo tramuta in aquilone ...
Non mi resta che scrivere un enorme help con le pietre sperando in un elicottero attento, nessuno capisce l'inglese, accidenti.
Provo ad accendere un fuocherello, non c'è vegetazione, uffa!!!
Allora prego la natura, parla al suolo d'un tratto volo.
Fine del sogno.
Vedo le foto di Giovanni su Facebook. E’ vestito da runner, è in un posto magico da cui pendono decine di salami. Dice che si trova lungo il percorso di gara … Si sta allenando, penso. Non posso sfigurare …
Piove, non fa che piovere il giorno prima, penso ai sentieri, ai fiumi di fango che mi aspettano, ai prati pregni d’acqua, alla giacca che fa solo finta di essere impermeabile, al freddo di questa primavera. Poi, magari, domani Moretti di Ponzone mica lo trovo …
E invece, su e giù con Danilo per le colline madide del Piemonte, riusciamo a trovare alla prima anche il piccolo paese della partenza. E’ la simpatia di Beppe a stemperare un po’ la mia ansia, o forse il fatto di essere ormai lì, di fronte al mio destino ineluttabile e fortemente voluto.
Danilo è al suo primo trail, il battesimo, fa un sacco di domande a cui vorrei saper rispondere, trova strano il modo di calzare il pettorale alla coscia, è divertito da questo nuovo ambiente in cui conosce ben pochi di quelli che frequenta tutte le domeniche nelle gare su strada.
Io riconosco i miti di queste imprese, ne sento parlare, ne vedo le foto, ne ammiro l’agilità e la forza. Ora sono qui in carne ed ossa e per un pezzo di strada fanno anche il mio percorso!
Abbiamo tutti un’aria un po’ selvaggia ed incosciente. Sono felice che nessuno dei miei familiari mi veda in questi momenti.
Arriva anche Giovanni, anche lui in tenuta da uomo duro. Da tempo non ci si vede. Mi viene da sorridere se penso alla sua tenuta giacca e cravatta, quando ancora mi sembrava un uomo serio …
“Cosa succede Betta?” All’epoca ero una sua cliente, e lui il mio rappresentante di penne e accendini. Ero entrata nella mia tabaccheria col muso lungo di chi ha appena avuto una brutta notizia. Avevo da poco iniziato a correre, ma, da profana, avevo sbagliato tutto ciò che potevo sbagliare. A cominciare dalle scarpe che mi avevano cotto i piedi e fatto cadere le unghie. “Si dia alla calzetta, non corra più neanche per sogno” era stato il responso di un medico con qualche chilo di troppo. Avevo iniziato a raccontare il verdetto a Giovanni quando lo vedo slacciarsi le scarpe lucide, togliersi un calzino e farmi vedere il suo piede nudo. “E’ più o meno così anche il tuo? Lascia stare quello che ha detto il dottore. Sono un maratoneta, dai che ti do due dritte!” Mi aveva ridato speranza, fatto correre e infine introdotto nell’ambiente podistico. Un paio di gare insieme, poi io avevo continuato per la mia strada e lui aveva smesso. “Mi sono stancato” mi aveva detto mentre lo ascoltavo incredula. “Come Forrest Gump!”
Il cielo ha voluto baciare ogni partecipante in partenza per mezzo della sua pioggia. Era forse il suo modo di sfidarci. Il via è arrivato sulla musica di Rocky, mentre i più urlavano un liberatorio “Adriana, Adriana!”
Una salitina in partenza, poi inizia una lunga discesa di sterrato, un sentierino ci mostra il primo fango su cui si riesce a fatica a stare in piedi, ma ci si aiuta, vedo mani che mi sorreggono, altre che mi recuperano nel momento difficile, grazie!
Al primo guado un’asse fa da passerella. Non mi bagno le scarpe, penso, ma i piedi sono già fradici. Si corre su e giù per sentieri, prati, spunta anche un laghetto, vicino c’è una casupola. In giro è’ tutto bagnato, i fiori hanno il capo chino, gli alberi gocciolano sulle nostre teste, le scarpe a tratti sono pesantissime, ma non desidererei essere altrove. Mi sto divertendo da matti a correre, schizzarmi di fango, prendere Giovanni e farmi prendere, rotolare sulle pietre, fra le pietre, guadare corsi d’acqua senza paura di immergermi fino alle ginocchia in una giornata fredda. Ci sono i burroni, se non guardo giù non ho paura, il panorama altrove è da urlo, lo immagino in una giornata più clemente, voglio tornare, fatico in salita, ansimo, penso che i polpacci questa volta sanno il fatto loro, i bastoncini affondano nel terreno, scaricano le mie spinte, mi aiutano in salita. Com’è bello questo trail!
Poi Giovanni diventa taciturno, una smorfia di dolore, un crampo. Il primo di una lunga serie. “Tu vai!” “No!” rispondo fiera. Siamo solo al decimo chilometro. Ne mancano più del doppio. Arriveremo tardi, ma per me il mio amico ce la può fare. Ha anche smesso di piovere, a tratti un po’ di nebbiolina, ma abbiamo la fortuna di conoscere Andrea e Laura che ci accompagneranno fino alla fine. Abbiamo più o meno la stessa età, la vita piena di guai, la passione per lo sport, per la natura, ci si racconta come se ci si conoscesse da sempre. E intanto i chilometri scorrono sotto i nostri passi, il paesaggio diventa a tratti aspro, come quando a mezza costa il fango non ci lasciava salire nel bosco, a tratti ospitale come nella splendida pineta o nel tratto prima del bivio per i quarantasei km.
Giovanni fatica ma non molla.
Dopo un sentierino stretto su un costone di un precipizio intravedo una splendida cascata. Mi si apre il cuore, è da poster, bellissima, il vero premio per aver fatto tante fatiche. Andrea dice che la dobbiamo attraversare. Io ci ho preso gusto a questo contatto con l’acqua, tanto a saltellare sulle pietre che portano dall’altra parte non ci riesco, e le caviglie un po’ ne traggono giovamento. E’tutto splendido, mi godo il momento, la mente sogna, il cuore è appagato, si può ripartire. Siamo quasi arrivati. Giovanni mi dice che ha seriamente pensato di non farcela. Chissà quanto ha sofferto, ma è stato un duro, ha tagliato il traguardo. Lo tagliamo insieme, mio marito ci aspetta, scuote la testa. “Non ti ho perso neanche questa volta …”
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Il Campaccio da Gebre a Soi , racconto di Paolo Zucca |
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Campaccio 1994/2012 da Gebre a Soi
6 novembre 1994: Dopo lungo lavoro ai fianchi son riuscito a trascinare almeno Giuliano (del gruppo Ata) a partecipare al famoso Campaccio. Convincere altri a uscire dai propri orticelli per me è sempre stato faticoso anche per la paura comune di far brutte figure, venire presto doppiati e tornarsene a casa abbacchiati con la coda tra le gambe. Questa volta però è organizzato anche il cross corto,(ndr in quegli anni si era cercato di allestire con scarsa fortuna per qualche tempo le gare anche su una distanza ridotta per permettere la partecipazione ai mezzofondisti e senza la richiesta del minimo di gara) e poi la possibilità di vedere da vicino la gara dei campioni sulla distanza classica, allora di 12 km, era un’occasione irripetibile.
La sveglia è ad un’ora impossibile, anche per la paura di perderci nella periferia milanese e la giornata si presenta allucinante, prima per la nebbia nel tragitto e poi per la pioggia incessante e il freddo pungente all’arrivo.
Arriviamo in extremis per ritirare il pettorale e fare un minimo di riscaldamento che già si parte! Dopo il giro di lancio nel campo sportivo ci troviam subito nel Campaccio e mai peggiorativo poteva essere più appropriato: buche con acqua fin quasi al ginocchio, fango ad effetto ventosa che non lasciava togliere il piede e soprattutto quel toboga di salite e discese affrontati gomito a gomito con atleti che imprecavano per la pioggia torrenziale, il fango e gli schizzi di chi era davanti. Alla fine per fortuna terminiamo incolumi quei 3 giri nelle retrovie e stanchi, ma anche divertiti, ci portiamo all’auto per prendere le borse e cambiarci nello spogliatoio. Anche lì è però un’impresa accedervi perché vediamo una lunga coda di atleti. Desistiamo e pensiamo allora di recarci nel salone delle scuole dove avevamo prima ritirato il pettorale e almeno stare al coperto.
Con sorpresa notiamo che dietro ci sono altri spogliatoi ancora vuoti dei concorrenti della gara lunga e allora rischiamo l’entrata. Son ampi e riscaldati e finalmente possiamo cambiarci e toglierci il fango di dosso. Siamo abbastanza sconvolti ma euforici al punto giusto per commentare l’impresa quando entrano tre persone che ci guardano un po’ perplessi. Due sono tecnici, il terzo è lui Haile Gebreselassie, fresco vincitore dei 10000 ai mondiali di Stoccarda e futuro campione olimpico. Ci sorride, con quel famoso sorriso che l’ha reso celebre oltre che per le imprese, vedendo le nostre penose condizioni e si siede fianco a noi ascoltando i tecnici che probabilmente gli dicono di aspettare al caldo il pulmino che poi lo avrebbe portato alla partenza. Rimane solo con noi e inizia a prepararsi; siam talmente imbarazzati di avere un campione vicino che non riusciam a spiccicar parola. Io dico solo a Giuliano di precipitarsi a prendere la macchina fotografica in auto. “Ma no che poi non vuole, ma poi va via…” mi dice, alla fine riesco a convincerlo. Rimango da solo col Gebre per 20/30 secondi: quante cose vorrei chiedergli ma lo scarso inglese e soprattutto il ricordo di incontri passati con calciatori permalosi e altri campioni scontrosi mi blocca. Peccato: si apre la porta, sono i tecnici che avvisano che è arrivato il pulmino portandosi via il Gebre che mi mormora un “Hi” con il suo famoso sorriso. Poco dopo arriva Giuliano con la macchina fotografica, intuisce la mia delusione e decidiamo di andare a vedere la gara. Panetta dà come al solito spettacolo nei primi giri con scatti e allunghi, un giovane Baldini con Modica e Pusterla fan quello che possono nel gruppo mentre Kosgei, Bargentuny e Kapkori sembra passeggino svogliatamente. A due giri dalla fine il Gebre allunga e la sua corsa si trasforma quasi in levitazione, in lontananza, nel buio di quella giornata di pioggia si vede arrivare quella piccola inconfondibile figura nera con guanti bianchi quasi immacolati e la sua leggerezza sul fango, mentre gli altri affondano miseramente per lo sforzo provato. Alla fine vince nettamente e possiam andare a casa soddisfatti di aver visto da vicino un tale spettacolo di stile e efficienza di corsa.
Era appena cominciato il 1994 e per il Gebre iniziava la sua sfavillante carriera fatta di tre vittorie ai mondiali, due alle olimpiadi, di memorabili duelli con Paul Tergat e di ripetuti record mondiali sulla maratona. Io invece nel mio piccolo a novembre avrei esordito a Cesano Boscone nella mia prima 42 e qualche volta indirettamente avrei ciabattato nello stesso giorno sulla strada del campione, non ultimo a Berlino nel 2011, in occasione della maratona.
6 gennaio 2012: son passati 18 anni e questa volta con me ci solo altri sei colleghi di fatica. Ora la macchina è più potente, abbiamo il gps per non perderci nelle campagne e, per fortuna, c’è il sole anche se fa freddo. Da qualche anno il Campaccio è aperto anche a noi master per permetterci di partecipare ad un grande evento o semplicemente per far cassa, vista la carenza di fondi per le società di atletica. Ci son diverse batterie per età e il clima, anche se agonistico, è più rilassato e tranquillo rispetto la volta scorsa. Ci si prepara per tempo,con riscaldamento, stretching e allunghi consapevoli di partecipare ad una prestigiosa manifestazione. La gara si svolge regolarmente a parte qualche spintone e chiodata all’inizio; il ritmo non è brillante, ma fa freddo e siamo a inizio stagione e bene o male tutti arriviam al termine.
Questa volta gli spogliatoi son liberi, puliti, ampi, le docce calde e poi abbiam tempo anche per festeggiar Marco che offre champagne per il suo compleanno. Rosolino ricorda la sua gara di 30 anni prima e le maratone del passato mentre Gianni continua con serafica calma olimpica ad addentare l’ennesima salamella. Manca ormai poco alla partenza dei big e usciamo dal bar quando, come un magico trait d’union col mio passato, li vediamo tutti: Soi, Merga, Chepkok, Atanau e il gruppo dei keniani ed etiopi.
Si stanno cambiando nella tenda dove poco prima ci eravamo seduti noi. Son lì come tapascioni normali, ridono, scherzano e si concedono volentieri a fotografie e autografi. Qui entra in azione Beppe che non si fa pregare due volte per fotografarci con loro. Si ricorda la Bo Classic, i mondiali di cross, si stringono le mani e per un attimo mi vien in mente il Gebre. Questa volta però tra telefonini, macchine digitali e fotografi di siti specializzati le foto non mancano (anzi fin troppo) e allora penso a 18 anni prima e all’occasione persa. Li lasciamo al riscaldamento e ci portiamo a bordo campo, nel Campaccio, per vederli passare, incitare e renderci conto dal vivo di quanto siano leggeri e agili nella loro corsa. Soi vince con un allungo nel finale confermando i pronostici e si concede ancora una volta alle foto e interviste mentre noi, soddisfatti e appagati dello spettacolo visto, ci avviamo a casa.
Alla fine nel confronto di queste due esperienze una cosa è restata uguale: il piacere e la possibilità di vedere da vicino non solo la corsa e la falcata di questi grande atleti, ma anche la loro disponibilità, gentilezza, simpatia a soddisfare le richieste di tutti. Quando vedo in tv le discese dai pulmann prima di partite di alcuni sportivi che corrono dietro un pallone, i loro atteggiamenti divistici, le loro passerelle e spesso l’indifferenza e fastidio nei confronti di chi è li ad aspettarli per ore mi verrebbe da scrivere altro ma, per fortuna, lo spazio delle due cartelle è terminato e lascio ad ognuno fare le proprie considerazioni.
Paolo Zucca
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La mia seconda volta alla Maratona di NeW York ( di Pino Faraci) |
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Dopo il doveroso passaggio a Eataly sulla Quinta Avenue in cui il trionfo dei prodotti italiani comprendeva anche il Brachettod’Acqui con tanto di ricevimento ufficiale, [ nella foto a sx Pino con il Resposabile Enoteca ad Eataly di New York e.. con il Brachetto] ..mi sono dedicato alla maratona più bella del mondo (e ho avuto conferma che è così) !
Per tutti quelli che corrono, la Maratona di NY non comincia quando tutti la vedono cominciare intorno alle 10 del mattino Inizia invece fra le 4 e le 5 quando il cielo della città è ancora buio e il freddo è tagliente. Con altre quarantacinquemila persone mi sono svegliato a quest’ora per essere portato al traghetto di Staten Island e di li fino al campo militare sotto il ponte di Verrazzano da dove ,quattro ore più tardi dopo l’inno nazionale americano verrà dato il via alla corsa più famosa del mondo.
Entrato a Fort Wadsworth tu sarai solo quello che dice il tuo pettorale: dunque dovrai andare nel corral (si proprio come le mucche dei film western)predisposto e aspettare che dopo il saluto del Sindaco di NY e l’inno nazionale americano il colpo di cannone dia il via a quello che aspettavi. La salita al ponte, ti porta poi a sentire le vibrazioni dello stesso ponte lungo un miglio dovute al passo di 45000 atleti e mentre i primi saranno già alla fine e scenderanno verso Brooklyn, ho trovato un tifo da stadio e mille e mille persone che esultano anche senza conoscerti e ti chiedono il cinque forse solo perché porti una maglia con scritto Italia. (per la verità i Francesi non li incitava quasi nessuno)E fai 12 miglia a Brooklyn in mezzo a due ali di folla , a complessini che suonano, a cori gospel, a scolaresche con le bandierine colorate e vai più veloce di quanto dovresti perché la gente ti porta e virtualmente corre con te
Ad ogni due miglia c’è l’acqua ufficiale della maratona i sali ufficiali della maratona, i medici, i volontari , i bagni chimici (guai fare pipi per strada) e i riscontri del cronometro che ti dicono quanto ci stai mettendo…ma poco ti importa a quel punto.
Dopo una pausa nel Queens in cui la comunità ebraica è poco propensa al tifo, arrivi al ponte di Queensboro in cui sei solo con le tue sensazioni ma hai già fatto la mezza e ti riaffacci a Manhattan dove comincia l’interminabile rettilineo della First Avenue che porta fin dentro il Bronx verso nord. E’ una specie di interminabile canyon fra i grattaceli ed è qui che si incomincia a soffrire un po’.
Ma poi entri ad Harlem e ricomincia il tifo proprio per te che ,anche se stai passando dopo altri ventimila, sembri il primo!
Da Harlem si arriva finalmente sulla Quinta e poi a Central Park che con i suoi colori autunnali e il suo mitico paesaggio ti fa sentire forte ……adesso sai che la finisci comunque vada! Saliscendi ,arrivi a Columbus Circle e leggi la targa dell’ultimo mezzo miglio E lì pensi ai mesi di Luglio e Agosto in cui avresti potuto fare di più negli allenamenti…..pensi a Walter che ti diceva di fare i lunghi poi vedi la finish line e allora pensi a te, ai tuoi cari e ai tuoi amici che stanno tagliando il traguardo con te. E ti viene la pelle d’oca mentre ti mettono quella medaglia al collo e ti coprono con il lenzuolo argentato con scritto “finisher”
Si, le maratone sono tutte di 42 km e 195 metri ma questa è quella che faresti sempre perché è un mito, perché sai che i tuoi dell’Acquirunners hanno seguito la tua corsa e sono contenti con te e per te
E non ti importa se devi fare altri 5 kilometri per recuperare la tua borsa lasciata alla partenza … sei stanco e vai avanti perchè questa è la NYC Marathon ..bellezza!!!!!!
[ndr Pino Faraci ha corso altre maratone , ma a New York era la seconda volta dopo quella del 2008 ; infatti il 6 novembre 2011 ha concluso le 26,2 miglia del percorso ( 42km e 195metri) in 4h 41' e 57 "..!+
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Le mie 50 Maratone ! ( ricordi, pensieri, emozioni) di Paolo Zucca) |
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LE MIE 50 MARATONE (ricordi, pensieri, emozioni)
Ero indeciso se scrivere o meno qualcosa sulla mie 50^ maratone ma, dopo commenti, battute, richieste varie di amici ho ritenuto che qualcosa si poteva fare, improntandolo sul sabaudo “esageruma nen” e per offrire una mia testimonianza dell’evoluzione del movimento e di ciò che ho provato e vissuto in questi anni di onorata militanza.. Senza essere troppo auto celebrativo penso comunque di essere, dopo Gianfranco Toschi (a quota 450-500 !?!) colui che nella provincia ha corso più maratone..
Ma allora da dove comincio?
Alla partenza della maratona di Boston, nel paesino di Hopkinton, ho letto un cartello che recita” It all starts here!” tutto ha inizio da qui. Il mio cartello ipotetico l’ho visto a Cesano Boscone (Mi) il 06 novembre 1994, data infausta per l’inizio della tragica alluvione di Alessandria. Di quel mio fradicio battesimo ho già descritto le sensazioni provate in un racconto (pubblicato su varie riviste) e che si può trovare, come miei altri, sul sito www.acquirunners.it nella sezione Storie e racconti di corse.
Negli anni 90 non c’erano molte 42 in calendario e anche il fatto di porre tempi massimi assai ristretti scoraggiava la partecipazione di amici e la spedizione collettiva. Da allora ho assistito al moltiplicarsi di gare, al business legato al nuovo fenomeno di massa. Poche erano le riviste specializzate e le tabelle di allenamento da consultare, pertanto, essendo il bacino d’utenza limitato, i futuri guru del training non si offrivano ancora ai pochi maratoneti presenti e così ci caricavamo di km lesionando tendini e articolazioni, anche per l’inadeguatezza dei materiali usati. Le scarpe di allora erano le mitiche Atala e Superga poi soppiantate dalle americane Saucony, Nike, New Balance ecc. Quante vesciche e unghie peste per colpa di spessi tubolari di cotone ben diversi dalle attuali calze bidensità e booster, per non parlare dei primi cronografi a 5 lap rispetto ai nuovi orologi con cardio e gps integrato!Così da pionieri del futuro movimento si partiva per le gare e si tornava spesso carichi di insulti, sputi e colpi di clacson di automobilisti inferociti bloccati per farci passare durante il nostro incedere. A dire il vero anche per le nostre strade risate di scherno e battute varie erano all’ordine in ogni uscita lunga, specialmente nel buio della sera quando spuntavamo come carbonari reduci da riunioni segrete.
Ho assistito però anche al miglioramento di gare come Roma e Firenze che di anno in anno han visto aumentare la partecipazione e il conseguente coinvolgimento delle istituzioni e degli stessi abitanti non più rassegnanti a subire l’invasione di un esercito di tapascioni ma loro stessi partecipi, correndo nelle prove più brevi o incoraggiando gli atleti nel finale del percorso.
Conservo molti ricordi e aneddoti di quegli anni. Alcuni li ho già narrati ad amici, altri fissati in racconti (Cesano Boscone, Boston, Carpi, New York, Reggio Emilia) di altri ne tratterrò tra poche righe, altri spero aumentino nel futuro e ne farò magari un riassunto per il nipotino, se avrà la pazienza di ascoltarli.
Dopo Cesano mi sovviene naturalmente la prima volta sotto le 3 ore nel dicembre del 2000 nel diluvio di Milano (la pioggia ha spesso contraddistinto varie “imprese” quasi a voler aumentare le difficoltà).Il display intravisto negli ultimi metri con quella cifra 2 e gli spogliatoi a cielo aperto, sotto i portici di Piazza Duomo, stile sbarco di Lampedusa, tra gli sguardi pietosi dei ghisa e imbarazzati delle sciure impellicciate, mi rimarranno sempre impressi.
Risento ancora la musica di Verdi in sottofondo provenire dagli altoparlanti degli ultimi km della maratona di Busseto: chissà perché a me capitava quasi sempre la messa da requiem…
Quanti incitamenti e complimenti in tedesco ho ricevuto a….Limone sul Garda. Danke!
Di Venezia, a parte il finale spettacolare sul ponte militare di barche, ricordo quella sosta per un impellente bisogno solido. A Mestre, scavalcando le transenne mi precipitai nel cortile di un palazzo. Avevo la sensazione, di essere osservato da un terrazzo:era così, ma la signora affacciata dal 2° piano mi sorrise esclamando un bonario “ostregheta!”
Alcune maratone le ho corse nel silenzio più assoluto (Ferrara, Piacenza,Fano) Credo che è in quelle occasioni, nella famosa “solitudine del maratoneta” che si fortifica il carattere e si cementa la passione del vero podista, in perenne lotta con la fatica, le paure,l’esaltazione,la temuta crisi e il desiderio di arrivare al traguardo. Alcune volte si cerca di tenere il passo di quei pochi che hai a fianco, altre si fan proiezioni mai precise del tempo finale per porre termine a una agonia dovuta magari a uno scarso allenamento o al meteo avverso. Credo che l’orgoglio personale sia la motivazione di base, che ci trascina e rimette in movimento ogni volta, anche quando superato lo striscione finale si dice che sarà l’ultima volta..
Penso a quella levataccia e al viaggio solitario fino a Reggio Emilia sfidando la nebbia e il gelo invernale. A Firenze, due settimane prima, non era andato come volevo per problemi di digestione ma sentivo che le gambe “giravano bene” e avevo una grande voglia di riscatto. Così fu:addirittura record personale, giornata di sole dopo la nebbia e regalo speciale! Non era un trofeo, ma solo un leggero prurito trasformatosi poi nei giorni successivi in doloroso fuoco di Sant’Antonio! Per l’entusiasmo non avevo reintegrato a sufficienza il fisico un po’ debilitato pagandone le conseguenze, ma che soddisfazione!.
Che dire poi delle trasferte all’estero:è gratificante il ricordo del ritiro dei pettorali a Boston, la maratona più antica e prestigiosa per la cui partecipazione è richiesto un crono minimo. Per il mio basso tempo di accredito e l’accesso al 2° corral non faccio coda tra gli sguardi ammirati dei runners americani. Peccato che poi, per la fatica del viaggio e la durezza del percorso (mitica è la heart break hill) molti di loro mi avrebbero superato e un po’ mortificato le mie ambizioni. Avevo vissuto però il mio quarto d’ora di celebrità e ne ero comunque fiero.
New York, è la più famosa e me la son regalata come 30^! Qualcuno invece l’ha fatta come prima e unica: forse quell’anno per loro era più trendy che andare allo sballo di Ibiza! Una volta però nella vita bisogna andarci, come ho già scritto in un racconto, non solo per rispondere affermativamente alla solita domanda che ti fanno su una tua partecipazione ma anche per respirare quell’aria di festa e di amicizia con altri podisti in quel coinvolgimento totale per una settimana di permanenza che in gare italiane si stenta a trovare.
In questo senso progressi son stati fatti a Torino, con bande e orchestrine di paese, a Firenze e anche a Roma dove lo scenario incomparabile e gli incitamenti in romanesco aiutano a superare le crisi e la durezza dei sanpietrini trovati nel centro storico. A dire il vero lo scorso anno ho svolto un ruolo da crocerossina per un amico in difficoltà dopo 20 km e la gara mi è parsa interminabile, ma in generale le trasferte nella capitale son sempre state piacevoli, oltre che per il clima gradevole anche per la rilassatezza delle giornate e le cene nelle trattorie tipiche Per risparmiare si andava a dormire anche dalle suore che compensavano la mancanza di ricevuta fiscale con la distribuzione di santini e auguri a raffica, con nostra relativa toccatina di…e promessa di salutare il loro principale in prossimità di piazza S.Pietro!
Nell’elenco delle 50 ho inserito anche le prove dei 4 ironmen di Zurich, Frankfurt, Roth e Nice. Qualche purista delle statistiche magari arriccia il naso ma per me restano sempre gare, oltretutto affrontate dopo 3,8km a nuoto e 180km di bici sono sforzi notevoli, soprattutto mentalmente e la distanza sembra assai più lunga della singola prestazione.
Non sempre però mi son presentato alla partenza in condizioni fisiche ideali e lo spirito giusto.
A Carpi, al rientro dopo l’operazione al tendine d’achille nutrivo dubbi sulle possibilità di un pieno recupero, per fortuna presto fugati, mentre a Reggio Emilia correvo dopo la recente perdita di Lorena, con la sua canotta personalizzata, provando momenti di profonda tristezza e malinconia in parte mitigati dalle battute del mitico Bordin, fino alla mezza, e dalla presenza costante dell’amico a mio fianco nel tratto finale.
In conclusione posso affermare che durante questi anni ho cercato sempre di correre (non fare) una maratona per divertimento, gareggiando spesso da solo ma anche in compagnia. Ho visto tanti vip e amici iniziare spinti da entusiasmo o dalla moda del momento, pronti a spaccare il mondo. Molti hanno smesso alle prime difficoltà incontrate o agli inevitabili momenti di delusione o malessere fisico. Forse non era vera passione. Altri invece hanno continuato e son stati d’esempio per la promozione del movimento. Nel mio piccolo penso di esser riuscito a coinvolgere qualcuno non lesinando consigli,tabelle,libri, riviste,materiale tecnico, partecipando ad allenamenti collettivi o facendo assistenza in gara in bici o all’arrivo con aiuti e incitamenti.
Probabilmente avrei potuto limare di qualche minuto il mio record di 2h56 con una preparazione mirata evitando partecipazioni scriteriate a cross, corse paesane, tri/duathlon, traversate a nuoto in prossimità delle competizioni (ancora prima di Berlino ho fatto una 90^ di gare di vario genere!). Credo però che per noi amatori partecipare a una 42 sia un momento di festa, la verifica di corretti allenamenti, mai esasperati o ancorati a rigide tabelle,magari un po’ fai da te, per condividere la soddisfazione alla sera davanti a un boccale di birra o al ritorno a casa. Non abbiamo contratti con sponsor da rispettare e non dobbiamo temere se non si è raggiunto l’ obiettivo prefisso, ci sarà un’altra volta per far meglio.
Poi, in questi anni, ho capito che non ci si ritira mai: anche se arriva un crampo,la tomaia è sporca di sangue, il calzoncino irrita, la pancia è in subbuglio per la colazione non digerita o l’acqua fredda bevuta ai ristori.
Domenica al termine della maratona per tornare in albergo ho voluto fare gli ultimi 2 km del percorso in senso contrario. Eran trascorse oltre 5 ore e molti concorrenti stavano ancora transitando, chi si trascinava, chi correva sbilenco ma tutti determinati a raggiungere il traguardo. Qualcuno, osservando la medaglia che avevo al collo sorrideva alzando il pollice sapendo che tra poco avrebbe assaporato la mia stessa soddisfazione; anche da queste dimostrazioni di volontà di Sportivi, forse non fisicamente adatti alla corsa e che magari hanno affrontato sacrifici economici per esser presenti ad un così importante evento ho capito che in una maratona non ci si ritira, soprattutto per rispetto della loro tenacia ad arrivare in fondo.
Per me essere a Berlino doveva essere una festa, rimandata di un anno causa la sfortunata caduta in bici a Bardolino e successiva lunga riabilitazione e che temevo un piccolo infortunio estivo mi rovinasse un’altra volta. Ho cercato allora di godermi quei 42 km nel modo migliore, correndo prudentemente la prima mezza per i soliti problemi digestivi e facendo la 2^parte più veloce della prima, in un esaltante progressione finale. Quando ho svoltato nel rettilineo dell’ultimo km e ho visto in lontananza la porta di Brandeburgo ho capito che era fatta, paure e timori di improvvise sventure mi avevan risparmiato. In piena trance agonistica ho volato gli ultimi 200 m tra gli incitamenti del pubblico e la musica a tutto volume superando di slancio decine di concorrenti. Anche se non mondiale, come Makau, pure io avevo fatto il mio record a Berlino e ho tirato un lungo sospiro quando ho ricevuto al collo quella medaglia: solo in quel momento ho notato qualche goccia scendere lungo il viso, allora guardando quel cielo sopra Berlino ho capito che anche da Lassù qualcuno stava condividendo la mia stessa gioia.
Paolo Zucca
P.S. Per non far torti non ho inserito i nomi di coloro che in questi anni mi hanno seguito, accompagnato, consigliato, sopportato, supportato e magari…gufato. A tutti comunque è offerto un caffè alla prima occasione per festeggiare il traguardo raggiunto.
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Il mio primo Trail in montagna (di Walter Bracco Acquirunners) |
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" Domenica 7 Agosto ho corso il mio primo "Trail in montagna "e per il mio esordio, ho scelto la Francia patria di questa disciplina, e precisamente Barcelonnette nella Vallèe de l’Ubaye, compartimento delle Alpes de Haute Provence.
La gara di Trail Running di Ubaye è alla sua settima edizione e ai nastri di partenza sono presenti 938 dei 1050 iscritti , suddivisi nei tre percorsi : 12 , 23 e 42 Km. ( Alla fine i concorrenti classificati saranno solo 808 per via delle avverse condizioni meteo.
Purtroppo la notte di sabato, piove e lo fa con una certa insistenza mentre la domenica mattina non piove, ma il cielo non promette niente di buono: è coperto di minacciosi nuvoloni neri.
Francesco che doveva correrlo con me , ha rinunciato alla vigilia della gara e mi sa che l'ha indovinata..
Alle 8 00 la prima partenza, il percorso lungo che misura 42 Km. Alle 8,30 la mia partenza : ho deciso di fare il percorso intermedio di 23 Km, la gara con più iscritti (circa 430.. ). Sono sotto il gonfiabile e mi ritrovo in mezzo ad un popolo di " trailers" festanti:.. la stranezza del momento è data dal fatto che sono circondato da persone che non parlano la mia lingua.. parlano francese ( per fortuna parlo e capisco la loro) ma mi si rivolgono ugualmente, e siamo accomunati da un’unica passione...correre in natura.
Niente chip per il cronometraggio, il" briefing" prima della partenza è scarno di informazioni tecniche, l’unica nota è quella che riguarda l’autorizzazione ad utilizzare i bastoni, viste le condizioni del percorso,.. ma ovviamente io non li ho dietro. Mi accorgo subito che rispetto alle gare di trail disputate in Italia, ci sono molti più giovani alla partenza, sono ammesse anche le categorie giovanili; questo fa sì che la partenza sia molto veloce. Sono i primi 6 Km che dopo un tratto iniziale nel centro del paese( 1130mt slm),la strada segue il fiume, che dà il nome alla valle. Su strada sterrata , prima si costeggia e poi si attraversa un campo da golf, per arrivare nuovamente su asfalto che ci porta in un piccolo borgo…. e intanto inizia a piovere. Da qui la vera e propria ascesa al primo colle, il Col de Baume longe (1811 mt slm,) con un sentiero nel bosco e qui la fila di persone che camminano si allunga e subito capisco "l’importanza " dei dislivelli che andrò ad affrontare. Il cattivo tempo non ci permette di apprezzare il panorama che non è dei migliori con le nuvole basse mentre la pioggia é battente. La prima salita è di circa 3 Km , poi un po’ di respiro in un "traverso", ma subito dopo ricomincia la salita al Col de Cloche (2053 mt slm) e il fiato si fa corto e le gambe cominciano ad indurirsi. Arrivati alla sommità un altro tratto in diagonale sulla montagna ci porta con un susseguirsi di saliscendi al Pied du Lan (2070 mt slm) il punto più alto della nostra gara. Da qui , dopo circa 15,5 Km di corsa., si comincia a scendere ed in teoria il tracciato avrebbe dovuto essere più facile e agevole…..Avrebbe dovuto essere ..!!!!!
Invece ecco che mi trovo davanti a , sentieri che sono diventati strade di fango infide e molto scivolose. La pendenza qui è elevata, infatti è dal 15° al 22° Km che ,si perde tutta la quota guadagnata fino ad allora. Le scivolate e le cadute sono assicurate : io stesso miracolosamente riesco a stare in piedi in alcune occasioni, e mentre li passo vedo concorrenti aggrappati agli alberi,.. gente che in lacrime impreca perché non sa da che parte scendere. Capitomboli, che evito , ma dopo essermi andata bene alcune volte… finisco anch’io con il sedere per terra e scivolo strisciando per una decina di metri. Sono una maschera di fango, la caduta mi procura un taglio al polso che sanguina copiosamente, il braccio è tutto graffiato mentre ho i glutei dolenti … Ma sono gli ultimi Km e passato lo spavento ricomincio a correre. " Dai, ancora un ultimo sforzo" mi dico , mentre comincio a sentire la voce dello speaker che incita gli atleti all’arrivo! Un ultimo tratto in asfalto e sono dentro il Parc de la Sapinière. Evviva è finita, sono arrivato! E' andata bene : 2h51'36", 85° assoluto e 3° degli Italiani in gara !
Ad attendermi , sotto l’acqua con infinita pazienza e ulteriore prova d' amore .., ci sono mia moglie Elisa e il nostro Mattia , a condividere con me questi pochi attimi di gioia.
Ora mi aspetta una bella doccia calda e un buon pasto offerto gentilmente dall’organizzazione.
L’esperienza è stata bellissima e l’appuntamento è per l’anno prossimo sulla distanza dei 42Km.
Walter Bracco
(Per la cronaca a vincere la gara è stato un francese in 2h00’16”)
http://www.trailubayesalomon.com/ (classifiche e altro)
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Nuovamente alla Bo-Classic ,(Il presidente .."come il prezzemolo" dice Paolo)...ed il grande Mike! |
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Anche quest'anno ho partecipato alla BOClassic,nella gara Agonistica Amatoriale Ladurner(come accade dalla sua seconda edizione ) che ha come teatro il centro storico di Bolzano in occasione della 36^ Corsa Internazionale di San Silvestro . L'atmosfera che si respira è quella di festa , e qui è una festa di sport che bene si sposa con il clima di fine anno in una cornice di pubblico che segue da piazza Walther , in tutte le vie che formano l'anello dove vengono stimati più di diecimila spettatori.! Sono vie piene di negozi che passano tra i portici , poi verso i giardini stazione e la gente che volentieri si fa distrarre dagli ultimi acquisti per acclamare questa marea di podisti di ogni età che corre incurante del freddo. Sono quasi le tredici del 31 dicembre e cominciamo noi con la gara degli amatori che dimostra il suo successo con record di partecipazione che passa alla sua sesta a edizione in due anni dai 222podisti ai 242 dell'anno passato.. fino ad arrivare ai 449 di quest'anno senza che la macchina organizzativa ne rimanga sorpresa. Solo qualche ritardo nella consegna dei pettorali e non tutti accontentati con la maglia tecnica fornita da uno sponsor che ne aveva messe a disposizione "solo" 350.  La BOClassic parte all'una come dicevo ed io sono in ritardo perché sono partito tardi dalla Val Badia ed il ghiaccio per strada non mi fa correre, mi rifarò tra poco. Faccio un riscaldamento veloce che non mi permette di smaltire l'acido lattico accumulato ancora ieri sui 3000 e più metri(sul livello mare) di sciate in Marmolada e Alta Badia, ma comunque sono lì perché non voglio perdermi questo appuntamento che per me e per molti è entrato nella tradizione. [foto partenza da runnig.bz.it ] Altre foto da running.bz.it Clicca QUI La BoClassic il VIDEO partenza su Youtube (Clicca QUI) Ci fanno arretrare di circa duecento 250 metri rispetto al tappeto dove passeremo per quattro volte ( più una )e dove è posto il traguardo . Lo start non mi sorprende .Sono lì davanti anche se non in prima fila, mi lascio superare da molti e affronto con attenzione le curve strette con gomiti alti fino ad arrivare nella via centrale tra i portici dove gli Alpini sono intenti ad evitare che qualcuno ..sempre distratto attraversi mentre noi passiamo. Ho imparato qui a passare a destra dove e i lastroni di marmo mi evitano il porfido in questo tratto che in piano dopo la salitella che ha caratterizzato le prime curve dalla partenza . Qui si "tira" e poi ,se ne hai , si aumenta il ritmo nella discesa , sempre leggera che porta alla stazione ; si risale lungo il viale per ritornare in Piazza Walther ma già da qui si sente lo speaker che assieme al pubblico delle tribune incita i primi passaggi . E' il primo giro (1250m ), mi sembrava di aver corso lento ma non è così. L'entusiasmo e gli atleti a fianco a te ti spingono . Guardo il cronometro: 4'e 10 al km ,ma sento un dolore al fegato ; rallento , non sono le gambe a mancare ma è il respiro che cerco di controllare.   Voglio arrivare in fondo, faccio un giro tranquillo e poi do tutto nell'ultimo giro? Cerco di raggiungere chi mi precede , ne supero parecchi ma quello là in fondo non riesco a prenderlo mi manca il cambio di ritmo che di solito riesco ad impormi. Ecco il tappeto verde ed il traguardo , mentre c'è già gente che sta dissetandosi. Ho fatto meglio dell'anno passato (anche se è più lunga di duecento metri).. e primo dei piemontesi, ma sono lontano dal 21'e 12"del 2006.  Sono contento e qui incontro gli amici che sono solito vedere l'ultimo dell'anno . Eccomi in una foto con Stefan ed i suoi amici : da sx Claudio Lorenzani,poi Stefan Oberleiter , e Igor Frasnelli che hanno corso con me la Maratona di New Nork a novembre (ho riconosco Igor dal berretto che ci hanno donato prima della partenza da Staten Island). Faccio una foto con l'amico Silvio Omodeo [sotto a dx] che per una volta ha smesso gli abiti dello Speaker e del giornalista di Runner's World per correre la gara; altra foto[sotto a sx] con Angelo Nobile (A.S. Merano. ) che mi rimprovera di non aver risposto alla sua mail, ma di aver visto pubblicata l'anno passato la foto e la segnalazione del sua gara (il winterlaufer -corrinverno che gli prometto di segnalare anche quaest'anno nel nostro calendario).
  Saluto Stefano Morselli ( Podisti .net )che fa foto ,( alcune le pubblicherò )della gara Elite ,anche lui a New York mi ha fotografato in prossimità dell'arrivo. Poi il ristoro , ma non basta : mi mangio anche un bel Wùrstel con ketchup e birra (qui è buonissima) alla faccia della dieta che mi ha permesso di ritornare a correre dignitosamente. Eccomi salire sulle tribune, ormai cambiato, per seguire le altre gare in attesa dell'evento clou che vedrà i top runners affrontare la 36^ edizione della Boclassic Elite. Qui incontro Sergio Moretti che saluto ( grande esperto di corse ma soprattutto di immersioni con la Delfin Sub Bolzano) e con lui come accade da un po' commentiamo gli sviluppi delle gare grazie anche alle liste degli atleti che consultiamo prima della partenza e che poi riconosciamo mentre si danno battaglia sul circuito.  Dopo i giovani , gli juniores, ecco le Handbike, e poi anteprima di spettacolo con la Boclassic Elite Femminile dove è una lotta fra Keniane ed Etiopi. Bella gara sui quattro giri (5km circa come noi amatori) e con Aniko Kalovic unica atleta di europea che resiste allo strapotere africano che si risolve solo allo sprint dove la keniana Vivian Cheruiyot (campionessa del mondo dei 5000) batte di un soffio la etiope Gedo Sule Utura dopo un testa testa durato tutta corsa impedendole di riconfermarsi campionessa a Bolzano. Buona la prova dell'atleta di casa Silvia Wessteiner ottima ottava al suo rientro alle gare  Si alza la tensione e anche al temperatura ..mentre vengono presentati i protagonisti della prova maschile , otto giri per un dieci km che hanno visto l'ucraino Lebid qui vincere in cinque occsaioni ma che oggi niente ha potuto contro il trio di atleti che ha caratterizato la gara. La cronaca della gara vede il nostro Andrea Lalli fare il primo giro in testa accumulando un vantaggio di due secondi che gli inseguitori colmeranno già dal secondo giro, dove l'iniziativa passa al keniano Silas Kipruto che guida il treno africanoe che vincerà il traguardo intermedio per poi sparire dal vivo della gara. L'iniziativa viene presa dal etiope Jida I. Merga , mentre Edwin Soi (vincitore delle ultime tre edizioni) vista la sua grande capacità di sprintare nei finali di gara aspetta sornione gli sviluppi della lotta tra il britannico Mohamed Farah e Jida Merga . Invece inaspettatamente l'accelerazione nel viale finale la fa proprio Merga seguito dall'inglese terzo l'anno passato che gli contende la vittoria fino all'ultimo metro . ma la rimonta non riesce a Farah , anzi ,come se non bastasse, forse a causa dei fotografi (troppo vicini ? ) cade dopo l'arrivo.. Grande gioia di Jida Imane Merga [ a dx nella foto sopra running.bz.it] che vince dopo il secondo posto dell'anno passato battuto allo sprint .
 Io che mi ero fatto fotografare con lui prima della gara [ qui a fianco] gli dico che questa volta gli ho portato fortuna, e gli do l'appuntamento al prossimo anno, mentre ad Andrea Lalli [sotto nelle foto ] sesto all'arrivo dopo una bella gara, dico che al Cross del Campaccio (il giorno dell'Epifania) ci sarò anch'io assieme ad una nutrita rappresentativa di "Acquirunners" (…non mi è sembrato intimorito alla notizia..). Mi ha confermato che quest'anno si dedicherà alla mezza maratona in prospettiva di cimentarsi sui 42,2 km della maratona! Faremo il tifo per lui.  E'stato bello poter vivere questi momenti a contatto con questi atleti che nonostante le loro grandi doti atletiche si sono dimostrati molto disponibili a farsi fotografare, a rilasciare dichiarazioni in contrasto a quanto avviene in altri sport ( Calcio soprattutto, che ho praticato al lungo) dove a mio parere sono sopravvalutati e "viziati" a dispetto di sacrifici minori e cachet decisamente più alti che atleti di elite protagonisti oggi qui ( addirittura olimpionici come Soi ) non riescono nemmeno ad immaginare! .Mi è rimasta a lungo la sensazione di aver partecipato all'evento dall'interno non solo per aver corso ed essermi cambiato con loro ma perché ho condiviso le emozioni e lo spirito di amicizia che ha caratterizzato la giornata . Qualcuno mi rimprovera di essere "come il prezzemolo.." e di ritrovarmi in ogni salsa (foto comprese), non solo per la mia funzione di rappresentanza . Rispondo che mi piace correre ed essere protagonista senza volere andare oltre ,non sempre riesce , ma il mio ruolo di presidente mi fa mantenere contatti che mi permettono di promuovere le nostre iniziative e le nostre gare a partire dalla 4^ Acqui Classic Run del 10 giugno 2011, che qui ha trovato il "format" che l'ha ispirata. A proposito di foto e prezzemolo.. paolo zucca ha commentato la mia foto della vigilia della gara pubblicata su Facebook: "… Ti mancava solo la grappa come al grande Mike nello Spot Bocchino.." .
E' vero Paolo ma mi sembra che lo slogan fosse "..sempre più in alto!" ed io aggiungerei "sempre più in alto.. e di corsa!!!. Buon anno di corse a tutti e come sempre: "Chi corre l'ultimo dell'anno corre tutto l'anno! ( o no ?)". Giuseppe Chiesa [La nostra FotoGallery completa della BoClassic 2010 a Breve]
P.s.: il 31 dicembre oltre a Bolzano si è corso ad Acqui Terme dove alla 1^ Corsa di San Silvestro hanno partecipato circa 120 atleti e potrebbe essere l'inizio di una nuova tradizione.
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Pino Faraci racconta il suo" 2010 di corsa"..con più di 1500km corsi e i progetti per l'anno nuovo! |
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Sono appena tornato da una corsa di una quindicina di Km (il racconto è arrivato in redazione una decina di giorni fa.. ndr*)... la prima sotto la neve, piena di belle sensazioni con poco traffico e grande silenzio. Una di queste sensazioni è che non sta finendo una stagione ma ne sta cominciando un’altra e si ha voglia di cominciare di nuovo con lei sperando di non fermarsi: come una metafora della vita.  Dopo la doccia qui al caldo di casa ho provato scaricare i totali del mio Garmin ed è venuto fuori che quest’anno ho corso per 1480 Km! Una cifra impensabile per me ma che mi riempie di gioia e di orgoglio. Tenendo conto che non ho usato sempre il Garmin e che manca un mese alla fine dell’anno credo che forse supererò i 1600 Km.. che per un dilettante come me è un traguardo di tutto rispetto . Pensando al come, scopro che questi chilometri sono la sommatoria di 15 mezze maratone corse fra Piemonte e Liguria più una trentina delle bellissime corsette serali estive che organizziamo in giro, ma anche qualche trail come il durissimo “Loano Bardineto” il Gorrei , i 3 comuni di Albisola e il Maremonti Arenzano (65 Km. In 3 giorni) Nessuna Maratona ma una bella Cortina- Dobbiamo corsa con te e con gli altri amici dell’Acquirunners. Non so se ci sono altre motivazioni segrete ma devo confessare che in fondo alla borsa , assieme al cambio di indumenti e al necessaire per la doccia , porto sempre con me la Guida dell’Espresso e per ogni sede di mezza maratona conosco almeno uno o due ristoranti che “valgono la deviazione”. Trovo impagabile alla fine della corsa sedermi ad un tavolo con Graziella e qualche volta con i miei ragazzi (quando non impegnati con il solito calcio) e, mentre le endorfine entrano in circolo assieme al vino della buona bottiglia che ho scelto, godermi quei momenti di grande serenità. E poi ci sono le corse (non li chiamo allenamenti) che, appena ho un pò di tempo, faccio attorno ad Acqui incrociando talvolta te, talvolta Sergio e tutti gli altri E quando non ho voglia di uscire a correre mi basta pensare alla costanza di uno come Pino Fiore (di cui ancora molte volte in corsa vedo la schiena) per farmi pensare che ho fatto la scelta giusta. Il prossimo anno rifarò la maratona di NY ma spero di rifare anche tutto quello che quest’anno mi ha dato le soddisfazioni che ti ho raccontato; a modo mio , con i miei tempi ma comunque di corsa!! Ciao , Pino
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"Attenti a Quei Due" (racconto del jolly) |
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"ATTENTI A QUEI DUE"**  ** Racconto tratto dalla fortunata serie televisiva con Tony Curtis e Roger Moore [a sx nella foto..*], scene spettacolari, azione, ambientazione (anche se oggi si direbbe "location").. e donne mozzafiato!
ma qui si parlerà di personaggi simpatici, scenari agresti e risate tra runners. *[elaborazione immagine di Walter Bracco ] Oggi presentiamo un'inedita coppia di "Sezzadiesi". Ovviamente perchè vengono entrambi da Sezzadio, paese alessandrino d'origine.. e oggi corrono la stessa categoria podistica (in base all'età ) la C ; entrambi inseriti in una squadra di podismo acquese [Acquirunners ndr], ed entrambi a contendersi la prima piazza di categoria nel "1°Trofeo Minetti". Insomma per chi non l'avesse ancora capito stiamo parlando di Claudio Giolitto e Aldo Pietro Sardi. Il commento è presto fatto: “bela cùbia! o "anvedi quei due” ..e da qui il titolo del racconto! Il primo nato nel 1965 il secondo è del '64. Ex residenti a Sezzadio e pure quasi vicini di casa ( via Castelspina) distanziati di soli 5 numeri civici uno dall'altro.  "Il jolly" alias Giolitto,diplomato geometra, "Shining"-Sardi geometra pure lui . Stessa compagnia per molto tempo e un po' di passione per la corsa che si consacrava in una sfida a fine agosto attorno alla piazza del paese. Il tutto nel corso di in una serie di giochi rionali che vedeva impegnate 16 persone , quattro squadre in una staffetta da 4 x 300m, avendo la piazza come singolare teatro di sfida. Con gli anni le strade si dividono, Claudio diventa un cestista [scarso] e va all'università, Aldo un calciatore ed inizia a lavorare, ma la data ed il ricordo di quella fatidica e mitica staffetta non viene dimenticata da nessuno dei due. La vita li porta ad abitare fuori dal loro paese ma un giorno di quest'anno gara a Rivalta B.da (..lì si è anche sposato) ed ecco che arriva Aldo. Claudio è al tavolo dei giudici. Due risate sul tutto quello che li accomunava e poi di sport ed ecco l' idea: “Aldo perchè non ti iscrivi all' Acquirunners?”. Detto fatto il giorno dopo Sardi è da Sandro Chiesa a chiedere dati e informazioni e dopo una settimana si ricompone la coppia di “paesani”. Tentennante all'inizio Sardi arriva sempre un passo dietro a Giolitto ma con la continua frase “..prima o poi ti piglio!”. Una battuta ? Sancito ad un pasta-party l'ingresso di Aldo nel gruppo degli irriducibili della squadra, insomma dei cabinisti.. la sfida ha inizio! Dove partecipa uno va ed arriva anche l'altro. E' una sfida bonaria ma che appassiona e che fa crescere a dismisura Aldo , infatti da metà della stagione si piazza sempre un passo e a volte qualche metro avanti Claudio. C'è mancato poco che la testa della categoria "C" del trofeo Minetti fosse proprio ad appannaggio di Aldo, ma solo un po' di malizia ( stronzaggine?)da parte del "Jolly" e di contro per "Shining" la poca consapevolezza dei propri mezzi e quindi un tardivo approdo alla velocità in gara (con cui ha poi concluso la stagione) hanno impedito l'inversione delle posizioni in classifica! Fine del Trofeo con Giolitto 1° di categoria e con soli 20 punti di distacco da Sardi( pure inc….to)!  ” Il prossimo anno non sarà più così ”dice il Jolly sconsolato “ Aldo ha messo le ali ai piedi!”. In effetti quest'anno "Sardaldo" e Piero Garbarino,( anche lui secondo nella categoria D ma in grande evoluzione) , risultano le migliori matricole del 2010 e si meritano un (saggio?) posto nella "24 x 1 ora "di Asti,.. sempre che i veterani siano disposti a cedere il passo ai nuovi "razzi"[.. compreso Riccabone, lui che la "24x1h" non la vuole fare perché ha bisticciato col "Garmin" che gli "ciula" i metri!.]. [ sopra nella foto da sx: Aldo, Claudio e Piero] In conclusione risulta comunque strana questa storia di amici che si dividono, abbandonano amici comuni e compagnie, per anni non si vedono , vanno a vivere in posti differenti e un giorno per caso si ritrovano e il tutto grazie alla corsa che li riunisce e li divide, ma solo per agonismo. E' proprio vero lo sport accomuna e rinsalda le amicizie! . Bravo Aldo , bravo Claudio( bravo anche Piero) e bravi tutti quelli che hanno partecipato alle gare. Intanto aspettiamo la premiazione e le premiazioni di tutti i trofei dove i concorrenti ed i contendenti si ritroveranno ..ci sarà da ridere! Il Jolly P.S. Comunque il vero soprannome di Aldo è JENA, chiedetegli il perchè! "Shining" ha commentato : " Potevi telefonare che la gara a Cartosio l'avevano spostata .., e poi hai ragione già da ora non mi prendi più , comunque ci vediamo sabato alla premiazione!! Jena l'ha tirato fuori Marco ( il "ricca") chiedere a lui. ndr : Il jolly ha scritto il racconto parlando di sè in terza persona, ma come sempre ha avuto bisogno del mio aiuto non solo per le immagini. Spero di non aver stravolto il racconto (bc)
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