| Le due Perle : Racconto di Elisabetta Iurilli sulla Mezza Maratona (SantaMargherita-Portfino..) |
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Elisabetta Iurilli (Città di Genova)15 febbraio alle ore 16.34: Le due Perle Chi corre lo fa sempre. Sul lavoro, in famiglia, quando attraversa la strada, spinge un passeggino o lotta con una malattia. La corsa entra nella testa e nel cuore, ti insegna a lottare, a programmarti, a volerti bene, a sorridere. Ad accettare una sconfitta e gioire per una vittoria. “Chi ama corre” lo dice S. Agostino e lo penso anche io. Certo che trovarmi qui nel giorno più romantico del calendario, pressata tra i 2200 partecipanti della mezza dai paesaggi mozzafiato, non è una coincidenza. Il marito mi regala il suo “alzarsi presto per accompagnarmi” e il suo “aspettarmi paziente” al traguardo, con la mia giacchetta sottobraccio. Antisportivo per eccellenza, apprezzo molto il suo sacrificio … Il tempo non è il massimo, pioviggina, ma poi smette e qualche raggio di sole filtra dalle nuvole. I dubbi sull’abbigliamento sono i discorsi principali negli spogliatoi, non fa caldo, ma poi quando si corre è diverso. Io da un po’ di tempo sono abituata a temperature sotto lo zero. Penso di poter reggere benissimo con la manica corta e i ciclisti, più vestita forse sarei a disagio. Qualche ragazza assume integratori di varia natura, pronti a supplire la forza che cala, la fatica che si fa sentire più insistente … penso che facciano più bene alla testa che alle gambe, tuttavia tengo questo pensiero per me, e ricordo con gusto la contadina marchigiana incontrata a Venezia: “Integratori? Io mi faccio un dolce col lievito madre, una ricetta antica fatta di miele e frutta secca. Due pezzetti in cintura e vedrai come corri veloce!” Però al momento giusto, tiro fuori una cioccolatina al riso e decido di doparmi nel modo più goloso! Il mio compagno di corsa è Gian Piero. Ci scaldiamo insieme, salutando gli amici che tutti e due troviamo qua e là davanti a questo bellissimo mare calmo a dispetto dell’agitazione di noi runner prima della partenza. Vedo la simpatia di Santa, la dolcezza di Grazia, Claudio che mi raggiunge con il suo ritardo di sempre, e conosco gli amici di Gian Piero, tra cui una coppia di marito e moglie che, a quanto capisco, sono in gara quasi tutte le domeniche. Che bello deve essere condividere in coppia una passione come la corsa! Riscaldando le mie gambe, da cui, molto pessimisticamente, oggi non mi aspetto un gran che, cerco con lo sguardo quelli che saranno gli eroi del giorno. Soprattutto uno, Baldini. Lo seguivo anche quando non sapevo quanti fossero i km di una maratona, quando la corsa non era ancora il mio mondo e forse era un po’ anche noiosa da seguire in tv. Stefano Baldini ha sempre catalizzato in qualche modo la mia attenzione, con i suoi successi e le sue cadute. Uno scricciolo fulvo verso cui ho sempre provato simpatia e fatto il tifo. Oggi correre una gara che avrebbe corso anche lui al tempo stesso mi inorgoglisce e crea tensione. Perché la mia corsa è lenta, ben diversa da quella del mio campione, e la mia preoccupazione principale di oggi è di trovarmi a chiudere il mio primo giro mentre lui chiude la sua gara … che grande umiliazione sarebbe! Se al posto suo ci fosse un Keniota sarebbe diverso. Sarei punta nell’orgoglio lo stesso, ma essere doppiata dal proprio campione è differente! E in questi pensieri mi accalco in partenza. Sono agitata tanto che devo chiedere l’aiuto del mio amico per sistemare il mio orologio ribelle, che segna quel che vuole lui, quando vuole lui. Sono convinta che come tutti i miei congegni elettronici (cellulare, etc.) abbia un’anima che si ribella alla scarsa attenzione e considerazione che provo per loro … Poi lo start e le gambe che vorrebbero corrersela in un passo solo questa 21 km, l’energia che viene trattenuta stentatamente per non scontrare i vicini, i passetti piccoli, l’arco che viene superato, la falcata che si allunga, lo scansare e lo scartare, Gian Piero che con le mani mi indica di qua o di là e poi … la strada che diventa mia! Anche mia … dei più di duemila partecipanti che si snodano su questo anello di 10 km da ripetere due volte, che riempiono dei loro colori questa giornata grigia, che con i loro sguardi fieri e puliti rendono ancora più belli questi luoghi famosi in tutto il mondo per l’incanto del mare e dei monti che vi si affacciano. E dove la bellezza della natura già da il suo massimo, anche l’uomo ha saputo usare armonia nel costruire e lasciare intatto. Chissà cosa pensa chi viene da lontano … e oggi sono in tanti! Ma ecco che i primissimi spuntano dall’altro lato della carreggiata. C’è non c’è? Non lo vedo, ma ho l’affanno, sono in salita, non ho tempo per guardare bene … e poi, distanti, ci sono gli altri, visi tirati per lo sforzo che richiede la competizione. Mi piacerebbe vederli domani quei volti, impegnati nella vita comune. Ci sarà qualche commerciante come me, qualche operaio, medico, impiegato, insegnante … quanto siamo diversi in borghese! Solo la corsa ci rende uguali “tutti malati” dice mio marito. E di nuovo volti amici che non ho visto prima, ma che ora, correndo, ritrovo. C’è la Giancarla e c’è Giuseppe: “Ora mollo!” “Ma no, dai!” Qualche mese fa, eravamo in maratona, le stesse parole, la stessa fatica, ma dopo la crisi l’ha superata. Mi aspetto che farà così anche oggi. Giro di boa. Non sento il fiato sul collo dei campioni … il siparietto che avevo in mente non si è avverato, per fortuna, forse sono troppo pessimista. Continuo la mia corsa a fianco a Gian Piero e dopo poco li vediamo. Avanzano leggeri, come volassero, la falcata è lunga e veloce, il ritmo intenso, ma, questa volta, ne sono sicura, Baldini non c’è. Possibile! Ma devo farmene una ragione e pensare alla mia corsa, anche se … ecco per un attimo provo ad immaginare a quanto deve essere bello tagliare il traguardo per primo. Chissà cosa si deve provare, quali emozioni ti assalgono … Ed è ancora gara ed è dura la corsa quando l’asfalto è ondulato come il mare che abbiamo sotto. Risalire la china dalla piazzetta di Portofino fino alla chiesetta, mi sembra una fatica assurda per le mie povere gambe troppo stanche, grosse e pesanti. Gian Piero non mi molla, e se in alcuni tratti prima mi ha dovuto frenare, ora rallenta la sua corsa per stare al mio passo. “Vai, tu ne hai ancora, ce la puoi fare bene!” Per tutta risposta ne ricevo una mano tesa. L’afferro e capisco che dovrò dare il massimo. Al Covo di Nord Est sono stanca, spompata, impreco contro me stessa, al mio “cadere in tentazione” così frequente quando vedo una mezza vicina a dove abito, alla mia voglia di esserci, di desiderare fatica e sudore, come se non bastasse il lavoro, la casa e la famiglia. E dire che penso anche di sentirmi “libera” quando corro … finisco per odiarmi, finché non lo vedo … E come un miraggio appare il bell’arco gonfiabile del traguardo, il tappeto sotto i miei piedi, la gente assiepata ai lati, lo speaker che parla, è finita! Forse meglio delle altre volte. Un’occhiata al tempo lo conferma. So che non è per niente merito mio, sono stata tirata, ma va bene lo stesso. E il mio campione che fine ha fatto? Chi corre lo fa sempre. Sul lavoro, in famiglia, quando attraversa la strada, spinge un passeggino o lotta con una malattia. La corsa entra nella testa e nel cuore, ti insegna a lottare, a programmarti, a volerti bene, a sorridere. Ad accettare una sconfitta e gioire per una vittoria. “Chi ama corre” lo dice S. Agostino e lo penso anche io. Certo che trovarmi qui nel giorno più romantico del calendario, pressata tra i 2200 partecipanti della mezza dai paesaggi mozzafiato, non è una coincidenza. Il marito mi regala il suo “alzarsi presto per accompagnarmi” e il suo “aspettarmi paziente” al traguardo, con la mia giacchetta sottobraccio. Antisportivo per eccellenza, apprezzo molto il suo sacrificio … Il tempo non è il massimo, pioviggina, ma poi smette e qualche raggio di sole filtra dalle nuvole. I dubbi sull’abbigliamento sono i discorsi principali negli spogliatoi, non fa caldo, ma poi quando si corre è diverso. Io da un po’ di tempo sono abituata a temperature sotto lo zero. Penso di poter reggere benissimo con la manica corta e i ciclisti, più vestita forse sarei a disagio. Qualche ragazza assume integratori di varia natura, pronti a supplire la forza che cala, la fatica che si fa sentire più insistente … penso che facciano più bene alla testa che alle gambe, tuttavia tengo questo pensiero per me, e ricordo con gusto la contadina marchigiana incontrata a Venezia: “Integratori? Io mi faccio un dolce col lievito madre, una ricetta antica fatta di miele e frutta secca. Due pezzetti in cintura e vedrai come corri veloce!” Però al momento giusto, tiro fuori una cioccolatina al riso e decido di doparmi nel modo più goloso! Il mio compagno di corsa è Gian Piero. Ci scaldiamo insieme, salutando gli amici che tutti e due troviamo qua e là davanti a questo bellissimo mare calmo a dispetto dell’agitazione di noi runner prima della partenza. Vedo la simpatia di Santa, la dolcezza di Grazia, Claudio che mi raggiunge con il suo ritardo di sempre, e conosco gli amici di Gian Piero, tra cui una coppia di marito e moglie che, a quanto capisco, sono in gara quasi tutte le domeniche. Che bello deve essere condividere in coppia una passione come la corsa! Riscaldando le mie gambe, da cui, molto pessimisticamente, oggi non mi aspetto un gran che, cerco con lo sguardo quelli che saranno gli eroi del giorno. Soprattutto uno, Baldini. Lo seguivo anche quando non sapevo quanti fossero i km di una maratona, quando la corsa non era ancora il mio mondo e forse era un po’ anche noiosa da seguire in tv. Stefano Baldini ha sempre catalizzato in qualche modo la mia attenzione, con i suoi successi e le sue cadute. Uno scricciolo fulvo verso cui ho sempre provato simpatia e fatto il tifo. Oggi correre una gara che avrebbe corso anche lui al tempo stesso mi inorgoglisce e crea tensione. Perché la mia corsa è lenta, ben diversa da quella del mio campione, e la mia preoccupazione principale di oggi è di trovarmi a chiudere il mio primo giro mentre lui chiude la sua gara … che grande umiliazione sarebbe! Se al posto suo ci fosse un Keniota sarebbe diverso. Sarei punta nell’orgoglio lo stesso, ma essere doppiata dal proprio campione è differente! E in questi pensieri mi accalco in partenza. Sono agitata tanto che devo chiedere l’aiuto del mio amico per sistemare il mio orologio ribelle, che segna quel che vuole lui, quando vuole lui. Sono convinta che come tutti i miei congegni elettronici (cellulare, etc.) abbia un’anima che si ribella alla scarsa attenzione e considerazione che provo per loro … Poi lo start e le gambe che vorrebbero corrersela in un passo solo questa 21 km, l’energia che viene trattenuta stentatamente per non scontrare i vicini, i passetti piccoli, l’arco che viene superato, la falcata che si allunga, lo scansare e lo scartare, Gian Piero che con le mani mi indica di qua o di là e poi … la strada che diventa mia! Anche mia … dei più di duemila partecipanti che si snodano su questo anello di 10 km da ripetere due volte, che riempiono dei loro colori questa giornata grigia, che con i loro sguardi fieri e puliti rendono ancora più belli questi luoghi famosi in tutto il mondo per l’incanto del mare e dei monti che vi si affacciano. E dove la bellezza della natura già da il suo massimo, anche l’uomo ha saputo usare armonia nel costruire e lasciare intatto. Chissà cosa pensa chi viene da lontano … e oggi sono in tanti! Ma ecco che i primissimi spuntano dall’altro lato della carreggiata. C’è non c’è? Non lo vedo, ma ho l’affanno, sono in salita, non ho tempo per guardare bene … e poi, distanti, ci sono gli altri, visi tirati per lo sforzo che richiede la competizione. Mi piacerebbe vederli domani quei volti, impegnati nella vita comune. Ci sarà qualche commerciante come me, qualche operaio, medico, impiegato, insegnante … quanto siamo diversi in borghese! Solo la corsa ci rende uguali “tutti malati” dice mio marito. E di nuovo volti amici che non ho visto prima, ma che ora, correndo, ritrovo. C’è la Giancarla e c’è Giuseppe: “Ora mollo!” “Ma no, dai!” Qualche mese fa, eravamo in maratona, le stesse parole, la stessa fatica, ma dopo la crisi l’ha superata. Mi aspetto che farà così anche oggi. Giro di boa. Non sento il fiato sul collo dei campioni … il siparietto che avevo in mente non si è avverato, per fortuna, forse sono troppo pessimista. Continuo la mia corsa a fianco a Gian Piero e dopo poco li vediamo. Avanzano leggeri, come volassero, la falcata è lunga e veloce, il ritmo intenso, ma, questa volta, ne sono sicura, Baldini non c’è. Possibile! Ma devo farmene una ragione e pensare alla mia corsa, anche se … ecco per un attimo provo ad immaginare a quanto deve essere bello tagliare il traguardo per primo. Chissà cosa si deve provare, quali emozioni ti assalgono … Ed è ancora gara ed è dura la corsa quando l’asfalto è ondulato come il mare che abbiamo sotto. Risalire la china dalla piazzetta di Portofino fino alla chiesetta, mi sembra una fatica assurda per le mie povere gambe troppo stanche, grosse e pesanti. Gian Piero non mi molla, e se in alcuni tratti prima mi ha dovuto frenare, ora rallenta la sua corsa per stare al mio passo. “Vai, tu ne hai ancora, ce la puoi fare bene!” Per tutta risposta ne ricevo una mano tesa. L’afferro e capisco che dovrò dare il massimo. Al Covo di Nord Est sono stanca, spompata, impreco contro me stessa, al mio “cadere in tentazione” così frequente quando vedo una mezza vicina a dove abito, alla mia voglia di esserci, di desiderare fatica e sudore, come se non bastasse il lavoro, la casa e la famiglia. E dire che penso anche di sentirmi “libera” quando corro … finisco per odiarmi, finché non lo vedo … E come un miraggio appare il bell’arco gonfiabile del traguardo, il tappeto sotto i miei piedi, la gente assiepata ai lati, lo speaker che parla, è finita! Forse meglio delle altre volte. Un’occhiata al tempo lo conferma. So che non è per niente merito mio, sono stata tirata, ma va bene lo stesso. E il mio campione che fine ha fatto?
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Chi corre lo fa sempre. Sul lavoro, in famiglia, quando attraversa la strada, spinge un passeggino o lotta con una malattia. La corsa entra nella testa e nel cuore, ti insegna a lottare, a programmarti, a volerti bene, a sorridere. Ad accettare una sconfitta e gioire per una vittoria.










